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Al numero 30 di via Filippo Parlatore:
la
pallavolo.
Non è stato facile convincermi a scrivere questo
articolo: vuoi perché non sono un giornalista vuoi perché molti ricordi si
affacciano
alla memoria e riassettarli
non sempre è una cosa agevole, non ultimo perché temo di riconoscermi
invecchiato.
Comunque l’insistenza di alcuni mi porta a
ricordare la pallavolo di via Filippo Parlatore.
Non ha molta importanza che il lettore mi riconosca
sicuro come sono che per molti si tratterà di un racconto da “preistoria”.
Oggi la pallavolo si gioca in confortevoli ampi
palazzetti dello sport ed il pubblico accorre numeroso e competente.
Ieri si giocava nel confortevole
ampio cortile della nostra Parrocchia, ed i parrocchiani accorrevano numerosi e
curiosi all’uscita dalla S. Messa, per seguire quei ragazzi giocare in modo
nuovo e incomprensibile: la pallavolo, sport sconosciuto, alle Olimpiadi solo
dal 1964, ignorato dalla televisione.
La maggior parte dei ragazzi volevano, allora come
oggi, solo il calcio.
Eppure in questo cortile, forse troppo piccolo per
il calcio, in attesa di inventarci il calcetto, comincia a diffondersi una
bramosia sportiva per la pallavolo che in inglese, lingua a me sempre ostile,
viene chiamata volley.
Nella vita
occorre sempre un evento che crei una condizione particolare: in via Filippo
Parlatore si scopre un pioniere che invece di andare a conquistare nuovi
territori si dedica ai giovani: la mattina come maestro di scuola, il pomeriggio
come dirigente sportivo.
Grazie alle sue capacità crea un polo di
attrazione verso questo sport, con centro di attività il nostro campo.
Nel corso dell’attività il cortile non subisce
sconvolgenti modifiche (a parte i soliti avvallamenti esistenti) se non nel gran
numero di ragazzi, giovani e adulti che si avvicendano, avvicinandosi alla
Parrocchia attraverso la Pallavolo, ovvero alla Pallavolo attraverso la
Parrocchia.
Io comincio a frequentare il numero
30 di via Filippo Parlatore intorno al 1964 (otto anni, chierichetto,
capelli ricci), ricordo l’emozione nell’aver sbirciato nel nostro campo
l’allenamento della squadra maggiore femminile di Palermo la (mitica) FARI.
Ovvero nell’aver visto, rigorosamente
accompagnato da qualcuno più grande di me, gare del CUS Palermo, dell’U.S.
Palermo e del G.S. Carabinieri dove mi facevano notare che alcuni ragazzi del
rione avevano trovato spazio stabile in queste squadre nel senso che ne erano
punti di forza.
Scoprirò che, addirittura, alcuni affacciandosi
dalla loro stanzetta guardavano il nostro cortile, dove tempo dopo mi sarei
allenato anch’io.
Ci avrei scommesso che sarei scivolato nei ricordi
ma non se ne può fare a meno.
Chi li ha vissuti non potrà mai dimenticare quei
tempi:
·Torneo Fasino;
· Giochi della Gioventù;
· Polisportiva Giovanile Enrico Verjus.

Non so se l’ordine cronologico è corretto ma
sono questi i momenti di cui voglio parlare, o che forse voglio trasferire a
coloro i quali non hanno avuto modo di conoscerli.
Torneo Fasino:
intitolato ad un giovane parrocchiano, quello della foto e della lapide nel
salone parrocchiale, uno dei primi esempi di una organizzazione di
manifestazione sportiva che diverrà una tradizione per la nostra Parrocchia
anche in altre attività.
Il torneo vide nei primi anni la partecipazione di
quei ragazzi del rione che giocavano in squadre maggiori elevandone così il
contenuto tecnico e coinvolgendo la gente.
Il trofeo messo in palio nella prima edizione fa
ancora bella mostra nel salone del secondo piano della nostra Parrocchia, ma
negli anni a venire questo appuntamento diventa sempre più coinvolgente e
sentito.
Occorre allargarlo sia alle
femminucce che ai più piccoli, ci saranno infatti delle edizioni
del Torneo Fasino dove per diversi giorni ci si confronterà nelle diverse
categorie di pallavolo e se non ricordo male anche nella disciplina del tennis
tavolo.
Molto si deve all’impegno di un giovane sacerdote
(msc), instancabile, che girando la
città, sempre accompagnato da qualcuno di noi, a bordo di una moderna
FIAT 850 riesce a trovare consensi, fondi e premi per tutti.
Credetemi era uno spettacolo vedere quanti premi
(anche in natura: calze, cravatte, vino, dolciumi) si riuscivano a racimolare
forse solo per la gioia di dare un premio al giocatore più piccolo di età o
alla giocatrice che aveva sbagliato più battute.
Morale: il gruppo; insieme si sono realizzate molte
cose belle per tutti, anche per i non appartenenti al gruppo.
Giochi della Gioventù:
adesso snobbati e relegati ad attività complementare scolastica, avevano
trovato allora il naturale punto d’incontro al numero 30 di via Filippo Parlatore.
Non mi rimproverate subito di essere vanaglorioso,
infatti non vi ho ancora detto che con la squadra della Parrocchia nel 1970 sono
stato campione comunale e provinciale; nella fase regionale, a Catania, ho per
così dire visto vincere, ma in
compenso ho fatto il bagno a mare alle sei del mattino (l’acqua era
ghiacciata) e rotto un lampadario nella stanza d’albergo (saltando da un letto
all’altro), per la cronaca l’allenatore era anch’egli del rione.
L’anno successivo molti dei miei compagni di squadra non sono più in
età per i Giochi della Gioventù, in due facciamo l’esperienza di essere
selezionati per una rappresentativa palermitana che parteciperà alla
manifestazione: vinciamo la fase comunale, provinciale e regionale; nella fase
nazionale, a Roma, ho per così dire visto
vincere, ma in compenso sono stato ricevuto dal Presidente della Repubblica.
E’ forse da quest’incontro che il mio compagno
di squadra scoprirà la vocazione di politico (è stato uno dei tanti sfortunati
candidati non eletti dell’ultima consultazione regionale).
Ricordi: la gioia di giocare solo per il piacere di giocare, si
inventavano selezioni nell’immediato, ci si incontrava al campo e si formavano
le squadre perché giocare era bello.
Polisportiva Giovanile Enrico Verjus: dirvi quando è stata costituita servirebbe a
poco, di certo è stata una delle Polisportive simbolo dello sport palermitano,
una di quelle che fanno storia.
Io ne ho fatto parte sia come atleta sia come
dirigente: con l’orgoglio di chi crede nel lavoro svolto.
Statisticamente è arrivata ad ottimi livelli e
risultati nel mondo della pallavolo, specie nel settore femminile disputando
anche il campionato di serie B, ma anche nel Tennis Tavolo non è stata da meno
reggendo per tanti anni la serie A.
Colpiva l’occhio del passante la formicolante
attività pallavolistica di questo centro, allenamenti ad ogni ora del giorno e
della sera, gare ufficiali nei giorni festivi.
L’attività andava dalle tre del pomeriggio sino
alle ventiquattro, invero non sempre gradita per gli schiamazzi dai degenti
della Casa di Cura o dagli abitanti del palazzo di fronte.

Si giocava, si sudava, si andava a bere alla Fabbrica
del Ghiaccio, si facevano scherzi, si cresceva insieme.
Si andava in trasferta con il treno, portandosi
appresso abbondantissime colazioni a sacco.
Beninteso si litigava pure.
Ci si improvvisava e ci si impegnava parimenti in
qualità di allenatori per le squadre minori, per un numero sempre più
crescente di ragazzi che trovavano nel nostro cortile la risposta alla loro sete
di sport.
Il Presidente era sempre un sacerdote msc della Parrocchia.
Tutti i sacerdoti della Parrocchia a titolo diverso
hanno collaborato con la Polisportiva Verjus, il più giovane di allora ci
portava in giro sempre, gli abbiamo fatto amare e conoscere la nostra città (ci
è costata qualche birra in più in una birreria di Mondello, ma ne è valsa la
pena).
Si montava la rete, si pulivano gli spogliatoi, si
uscivano le panchine per le riserve, si dipingevano le righe del campo.
Confesso: è opera mia la scritta
“Forza Verjus” che per molti anni ha resistito in una parete del
campo, cedendo solo ai lavori di ristrutturazione di qualche anno fa.
Scoppiavano i palloni quando finivano fuori il
cancello sotto le ruote delle macchine, ci si accontentava della stessa muta di
maglie per squadre diverse, si teneva la coppa vinta a casa, a turno, per una
settimana prima di riconsegnarla in sede.
Si portava avanti un sano antagonismo tra settore
maschile e femminile, che in alcuni casi ha portato al naturale epilogo del
matrimonio.
La Polisportiva Verjus ha visto il massimo del suo splendore quando i costumi stavano
cambiando ed il sociale faceva la sua prepotente apparizione nel mondo della
scuola.
Tempi difficili, cupi, belli, contradditori,
giovani, irripetibili.
Palestra di diversi linguaggi e modi di vita,
centro di incontri di tanti ragazzi che hanno avuto, è bene non sottovalutarlo,
nei Missionari del Sacro Cuore sempre una risposta coerente e incoraggiante, la
pallavolo ha avuto la stessa forza di una soluzione catalizzatrice, di una
aggregazione attorno alla Parrocchia che ha ricolmato di gioia e di servizio
quasi tutti i giovani ed i sacerdoti che nel tempo si sono avvicendati.
Gratitudine ?
Tanta, frequento ancora la
Parrocchia, sono un catechista e sono stato arbitro di pallavolo addirittura in
serie A per tanti anni.
Nostalgia ? Minima, se devo essere sincero, anche
perché ritengo che i cicli non possono essere fotocopiati per riproporli o
peggio imporli successivamente.
Insegnamenti ? Tanti, ma
soprattutto quelli che assapori inconsciamente con la gioia dell’incontro tra
vecchi coetanei, legati da una indissolubile esperienza vissuta insieme, e che
trovi rispecchiata nell’amicizia che oggi lega i tuoi figli ai figli dei tuoi coetanei.
Salvatore
Ciambra |