Il profumo
intenso di giardini riempiva sempre ogni preghiera. Sessant'anni fa la città
non aveva ancora mostrato tutta la sua invadenza: ricatti, violenze e
speculazioni avevano fatto solo una timida comparsa. Via Filippo Parlatore
appariva così al viandante come un'isola felice, immersa com'era negli odori
e i sapori della campagna.
La
strada, senza ancora asfalto, piena di buche e di fango quando pioveva, si
animò d'improvviso non appena si diffuse la notizia che da lì a qualche
tempo sarebbe sorta una chiesa. Fu subito festa nel quartiere, e
soprattutto, nei cuori e nelle case dei più poveri, speranza, speranza
concreta di una vita diversa in cui tante difficoltà e sofferenze avrebbero
potuto finalmente essere condivise e così vinte. Un primo segno arrivò
subito: la strada venne sistemata. Il lungo cammino poteva iniziare.
In sessant'anni, tantissime
storie si sono intrecciate con la vita della comunità parrocchiale. Storie
allegre, tristi, comunque tutte a lieto fine perchè animate dalla fede.
Ancora altre ce ne saranno e anche quelle porteranno dentro lo stesso
sentimento forte, lo stesso desiderio di nostro Signore, cercato nelle cose
piccole e grandi della vita.
Padre Francesco Russo, che
fu il primo parroco di Santa Teresa, era un cercatore di storie perchè nelle
storie ci sono le persone con le loro ansie e speranze, difficoltà e voglia
di riscatto. Le cercava in bicicletta andando per le strade del quartiere.
Strade malandate e polverose in cui la bicicletta lo faceva saltellare nel
sellino. Ma lui, calabrese di nascita, era testardo come pochi. E se
decideva una cosa, la faceva. Neanche le bombe della seconda guerra mondiale
lo spaventarono più di tanto. Quando la pioggia di piombo sembrava aver
cessato la sua furia, risaliva sulla sua bicicletta ormai scalcagnata dalle
buche e andava a trovare i parrocchiani delle zone colpite dal
bombardamento. Li trovava rinchiusi in casa. Lui bussava energicamente, come
sempre. E tutti capivano che era lui. "Una mattina le bombe sorpresero
all'improvviso la Celebrazione Eucaristica - ricorda Elena Bruno - Padre
Russo fece finta di nulla".
Piccoletto, com'era, si
fece un gigante: tirò fuori tutto il fiato che aveva e la lettura del
Vangelo sovrastò la cadenza di morte delle bombe.
Un giorno, purtroppo,
un'ordigno lanciato dagli aerei francesi, esplose davanti la chiesa. Michele
Fasino, che allora aveva 17 anni, rimase ferito a morte. I sacerdoti (padre
Russo, padre Tenzi, padre Frusciante) lo portarono in chiesa. Non c'era più
nulla da fare. Continuare a lottare contro l'assurdità della guerra: adesso
c'era una ragione in più. Per la memoria di Michele. Nelle cose piccole e
grandi di ogni giorno.
Così, le bombe rompevano i
vetri della chiesa, una e più volte? Si faceva la colletta tante volte
quanto era necessario. Molte famiglie del quartiere vivevano di stenti? "Le
bombe, la paura, non potevano fermare la solidarietà. Molti scappavano. Ma
la parrocchia rimaneva un punto di riferimento", ricorda Pina Marabello.
In quegli anni terribili,
Padre Russo e Cesira Cusimano portavano ogni giorno un piatto di minestra
calda ai più bisognosi. Cesira ci ha lasciato pochi mesi fa. Se n'è andata
in punta di piedi, un giorno d'estate. Avremmo voluto ancora una volta
ascoltare dalla sua voce il racconto di ciò che furono i primi anni della
parrocchia. Per lei parlano i tanti sacrifici fatti per la comunità, doni
inestimabili che non dovrebbero essere mai dimenticati.
Eppure spesso ci sono
storie d'amore che non vengono mai raccontate, che non diventeranno mai un
romanzo famoso o un film di culto. Sono storie straordinarie e lo capisci
dall'intensità dei sentimenti, per nulla intaccati dal tempo. Ti sembra come
se fosse ieri che una persona, due persone, tre, una comunità hanno vissuto
con tanta forza e coraggio.
Un giorno di sole, come
tanti a Palermo, ma sbiadito dall'inizio della guerra, due giovani dovettero
salutarsi. Lui partiva per la guerra di Spagna. Lei lo avrebbe aspettato.
Passarono i mesi e in un altro giorno di sole buio Maria seppe che il suo
fidanzato era morto in battaglia, in una trincea del fronte spagnolo. Si
sentiva sola ma avvertiva che anche altri lo erano; altri che come lei
amavano senza fine. Poi una notte fece uno strano sogno: la mattina, era il
sabato santo del 1940, andò in chiesa e trovò padre Russo che da solo stava
iniziando a dire messa. "Quel giorno, dissi fra me e me: non lascerò più la
parrocchia", racconta oggi la signorina Megna. La sua vita l'ha consacrata a
Dio e ai più bisognosi. Padre Russo capì subito che quella ragazza dagli
occhi vispi e dal carattere deciso avrebbe potuto dare tanto alla
parrocchia. Le disse: "Da oggi in poi, curerai il catechismo per i bambini".
E così iniziò la grande esperienza che anima tanto Santa Teresa. "Andavamo a
prenderli sino a casa i bambini", ricorda Maria. E se le chiedete come
s'inventò un metodo che poi è stato tramandato ai più giovani fino ad oggi
vi risponde: "Li amavo quei bambini. Il metodo è uno solo: l'amore".
Anno dopo anno il lavoro
dei Missionari del Sacro Cuore venuti da Roma dava i suoi frutti, come
quelli degli alberi profumati tutti intorno alla chiesa. "L'autenticità dei
padri avvicinò anche chi per tradizione culturale era stato sempre
anticlerica le". Lia Cerrito ricorda suo padre, Eugenio, segretario generale
del Civico e capo del contenzioso: "Ricordo che un giorno di capodanno andò
a Roma per fare firmare un documento che avrebbe finalmente dato ai poveri
l'ospitalità gratuita all'ospedale". Eugenio Cerrito ripeteva sempre che
amava Gesù e che sentiva il fascino di Francesco D'Assisi ma l'ambiente
anticlericale in cui aveva vissuto, anticlericale fino in fondo, lo aveva
portato a fare certe scelte. "Fu determinante per lui conoscere i padri
missionari - dice Lia- per passare da un cristianesimo basato sulla sola
spinta interiore alla frequenza, all'impegno. E diceva allora: "Voglio
essere un cattolico integrale".
"I primi anni della
parrocchia li ricordo come un periodo di grande entusiasmo - racconta Elena
Bruno - in cui tutti collaboravamo alla nascita di un progetto comune,
quello di far si che la comunità fosse un punto di riferimento nel
quartiere. E anche quando c'era da metterci del proprio, per comprare i
vetri rotti dai bombardamenti, le panche, o quant'altro fosse necessario.
Era l'impegno di tutti i giorni che accomunava la comunità: nella preghiera
e nelle opere di assistenza. Piccole grandi cose come l'impegno di alcune
famiglie a preparare un pasto caldo per altre famiglie più bisognose".
Le storie di tutti i giorni
non sono come quelle raccontate dai film e dai romanzi. Resistono al tempo e
la loro memoria diventa alimento per nuovo impegno e forza di riscatto. La
città è cambiata. Intorno alla chiesa non ci sono più gli alberi profumati.
Ci sono i commercianti con la loro lotta quotidiana contro i ricatti del
pizzo e dell'usura, i giovani nel tunnel buio della droga e tante povertà,
solitudini. Eppure, la mattina, molto presto, quando un nuovo giorno sta per
nascere, è possibile respirare ancora il profumo degli alberi belli di un
tempo. Gli speculatori del cemento non sono riusciti a sradicare le radici
delle piante della fede e della libertà. Non ci riusciranno mai. C'è così
una grande forza che può vincere la nuova guerra dove non ci sono bombe che
cadono dal cielo ma altre miserie non meno insidiose.
E nel silenzio della città
che dorme, si può sentire ancora il cigolio di una bicicletta. E' la
bicicletta di padre Russo, che in questi sessant'anni, non si è mai fermata.