|
PROGETTO “PARROCCHIA - FAMIGLIA” |
||
|
(Comunicazione di mons. Renzo Bonetti, direttore dell’Ufficio nazionale per la pastorale della famiglia, alla Settimana estiva svolta a Folgarida - TN dal 22 al 26 giugno 2002) |
||
|
E’ un progetto che si colloca nella logica del percorso che abbiamo fatto insieme, in questi anni, nel Ufficio per la pastorale della famiglia (UPF), con i nostri convegni e, in particolare, attraverso la commissione episcopale della famiglia (CEF), che in questo progetto si è resa pienamente protagonista. Si è partiti con una riflessione, ancora quando si stava concludendo la precedente CEF. Ricordo come i Vescovi presenti nella commissione dicevano la loro sorpresa nel vedere che c’era tutta una riflessione che andava avanti e che c’era, talora, una pastorale del matrimonio e della famiglia che era ferma, che si allargava appena, appena a qualche collaboratore pastorale, ma non aveva slancio, ricchezza. Si sperimentava, cioè, la fatica di tradurre le idee alte in qualche cosa di molto concreto e preciso, che andasse a toccare il vissuto delle nostre parrocchie. Quindi, a fronte di una enunciazione altissima, molto precisa e propositiva del magistero della Chiesa, Papa e Vescovi italiani, c’era una pastorale che faticava ad assumere questi contenuti. Ve ne dico solo qualcuno per darvi un’idea.
Il magistero che parla di famiglia chiesa domestica, di famiglia centro-unificante di tutta l’azione ecclesiale, che afferma che Il futuro dell’ evangelizzazione dipende in gran parte dalla famiglia. Famiglia cellula viva della chiesa e della società, comunità salvata e che salva, soggetto originale insostituibile, priorità pastorale ecc.
Ora provate a trasferire queste parole, tutto questo nella parrocchia.
Davanti a tutto ciò i Vescovi hanno detto: ma che cosa si può fare? Come tentare di inserirsi di più e come compiere un passo avanti? Ne è venuta l’idea di fare una riflessione sul fondamento teologico del servizio specifico che scaturisce dal Sacramento del matrimonio. Se la famiglia è questo soggetto originale insostituibile, per che cosa è originale e perché è originale e insostituibile, perché è un soggetto pastorale e non solamente l’oggetto di attenzione da parte della chiesa?
Si trattava, allora, di riscoprire il dono e il compito specifico che hanno gli sposi.
Ne è venuta quella riflessione teologica che abbiamo fatto, in particolare, a Cagliari (nella settimana estiva dello scorso anno) e da lì è nata l’idea di cominciare a “sperimentare” con qualche parrocchia una modalità di azione che veda effettivamente la famiglia come soggetto di pastorale. La condizione per le parrocchie che volevano aderire era quella che ci fosse il parroco coinvolto con una o più coppie di sposi e che parroco e coppie si impegnassero nel seguire stabilmente. Non poteva nel suo nascere essere qualcosa solo del prete o di qualche coppia di buona volontà, perché saremmo partiti col piede sbagliato e non si sarebbe andati molto lontano. Doveva essere già in partenza un lavoro comune. Si sono presentate una trentina di parrocchie di 25 diocesi italiane tute con il benestare, il consenso del proprio vescovo che segue ed è contento di questa sperimentazione.
Nel frattempo la CEF ha messo a punto alcune linee di orientamento per indicare, a queste parrocchie, in quale direzione muoversi, come portare avanti questo progetto. I vescovi della commissione hanno messo a punto questo progetto, che verrà presentato al Consiglio permanente della CEI a metà settembre. Il Consiglio prenderà in esame il progetto, ne valuterà tutte le componenti, farà le sue osservazioni, dopo di che, se Dio vuole, diventerà un progetto non solo della CEF, ma di tutta la CEI. Un progetto che vuole essere come un piccolo laboratorio, come un seme. Altre parrocchie, strada facendo, si sono dette interessate e hanno chiesto di aggregarsi, ma è evidente che non è possibile per il momento. Bisogna prima tracciare il sentiero con le trenta parrocchie di partenza. Solo dopo, presumibilmente nel 2004, potrà partire un secondo gruppo.
Quali sono gli elementi portanti del progetto ? Ne elenco solo qualcuno, sarebbe troppo lungo citarli tutti.
c Primo: questo progetto vuole avere la preoccupazione dell’essere prima del fare. Non intende riorganizzare la pastorale per salvare la famiglia, ma intende far vivere così intensamente gli sposi nella loro identità e missione accanto e con il presbitero, al punto da pensare una pastorale diversa. Diversamente metteremmo la solita toppa nuova sul vestito vecchio. Vino nuovo in otri nuovi. Quindi noi preti chiediamo agli sposi che vi partecipano, non tanto di dare il via ad una iniziativa, quanto di pregare, meditare, formarsi insieme., formarsi ambedue sugli stessi contenuti, per esempio di teologia sponsale, al punto che gli sposi “producano” in forza della ricchezza che hanno dentro, non in forza della fantasia del prete che gli sta accanto. Solo così viene fuori l’originalità, lo specifico. Qui non si tratta di fantasie strane. Quello che si progetta, le iniziative sono chiamate ad evidenziarsi a partire dal contenuto teologico del Sacramento del matrimonio e dal compito originale e specifico che hanno le coppie di sposi.
c Il sottofondo di quanto faremo è la formazione. L’urgenza di fare è notevole (Cosa possiamo fare? Quando cominciamo?). Ma per ora l’urgenza più grande è la formazione. Queste trenta parrocchie, per esempio si sono impegnate a studiare tre capitoli del libro degli Atti della Settimana estiva a Cagliari “Progettare la pastorale con la famiglia in parrocchia”: due lezioni di Mazzanti e una di Pilloni. Prete e coppie insieme hanno studiato quindici pagine per volta, con modalità che ciascuna parrocchia ha adottato: studiare insieme, riflettere, vedere ciò che si capisce, ciò che non si capisce, approfondire, mandare delle e-mail all’Ufficio. Ogni mese abbiamo fatto un collegamento via internet con tutte le trenta parrocchie, dove noi abbiamo potuto rispondere a ciò che veniva sollevato come problema, con la possibilità di rivolgersi agli esperti (anche gli autori delle relazioni) della CEF. Abbiamo, dunque, fatto a scadenza mensile questa tappa formativa.
Adesso con queste trenta parrocchie (i parroci e le coppie) ci ritroveremo, dal 1 al 6 luglio per uno studio più concentrato e per fare il punto.
c Altro elemento portante: vogliamo mettere in atto quegli approfondimenti teologici che realmente mettano in risalto il compito e la responsabilità che hanno gli sposi in virtù del loro Sacramento del matrimonio.
c Ancora: la necessità di approfondire la reciprocità che c’è tra Ordine e Matrimonio, questi due sacramenti “sociali”, ambedue voluti per l’edificazione del regno di Dio (rif. Evangelizzazione e Sacramento del matrimonio n. 32), ambedue voluti per il servizio (Catechismo della Chiesa Cattolica: “Ordine e Matrimonio sono istituiti per la salvezza altrui, se contribuiscono alla salvezza personale questo avviene attraverso il servizio degli altri” n. 1534)
Ciò che raggiungeremo sarà dare il volto di famiglia alla vita ecclesiale, sarà coinvolgere la soggettività della famiglia con le sue note caratteristiche. Cioè noi vorremmo tentare di mettere in risalto che la famiglia costruisce parrocchia, ovvero chiesa nel territorio, facendo funzionare la famiglia per ciò che è, non per ciò che fa. Non dovremmo chiedere agli sposi “Quanto tempo avete per costruire chiesa?”, “Quante ore la settimana mi potete dare?”. Questo non è il criterio della pastorale. Tu nel tuo essere lì in casa, nel tuo condominio, nella tua via, nel tuo ufficio, nel bar dove vai, come puoi essere costruttore di chiesa, in virtù di ciò che sei? Sapendo che c’è una coincidenza perfetta tra ciò che è lo sposato e ciò che diffonde. Se uno è profumo, è logico che non saprà di patatine fritte. Se uno è profumo di Cristo sposo, lo espanderà senza dire il nome di Cristo. Sarà un “nebulizzatore” costante di questa ricchezza. Per cui, la comunità ecclesiale e civile, gradualmente, “respirerà” quelle coordinate essenziali che si vivono in natura, cioè non ritualmente, ma in natura. In famiglia si vive la compresenza, la complementarietà, la condivisione, la compartecipazione, la corresponsabilità, la reciprocità. Allora si tratta di vedere come per osmosi queste realtà filtrano dentro il vissuto ecclesiale, che coincide col territorio (il luogo del vivere della chiesa è nel territorio) e, nello stesso tempo, la famiglia, proprio in virtù di questa ricchezza che riscopre, diventa più capace di aprirsi al mistero che quella Chiesa stessa celebra nei riti , nella liturgia, e che dona nella parola. Perché non è che gli sposi scoprendo la loro ricchezza sacramentale diventano degli autonomi e degli indipendenti. Non è pensabile costruire chiesa domestica in alternativa alla chiesa-comunità: sono l’una dentro nell’altra.
Le scelte concrete, poi, sono in ordine ad aspetti specifici. Ma non voglio qui toccarli, perché andremmo troppo per le lunghe. Questo progetto verrà seguito direttamente dalla Commissione episcopale per la famiglia e la vita, avrà un piccolo gruppo di lavoro con un coordinatore e anche un gruppo di esperti.
Come sintesi, per dirvi quanto e come la famiglia ha una sua ricchezza, che va giocata nella pastorale, e questa sperimentazione tenta di introdurre questa ricchezza nella pastorale ordinaria, vi do un quadro che ho fatto personalmente. Non è magistero, ma soltanto un tentativo di sintesi. L’ho chiamata “Carta dei diritti e dei doveri pastorali della famiglia” come soggetto fondato sul sacramento del matrimonio. Credo tuttavia che sia più giusto chiamarla “Carta dei doni e dei compiti della famiglia”. La famiglia ha: · il dono - compito di essere soggetto di relazione in quanto famiglia e non solamente nelle sue componenti separate: i bambini, gli anziani, i mariti, le mogli ....; · il dono - compito di considerazione, stima e “venerazione” della sua identità, perché immagine di Dio e del rapporto Cristo – Chiesa, per il suo ruolo specifico all’interno del popolo di Dio. Infatti all’interno di esso si distinguono sempre sacerdoti, religiosi e mai si distinguono gli sposati, quasi che per essi bastasse la laicità a individuarne identità e compito nel popolo di Dio; è una cosa che mi mette “prurito”, quando sento: sacerdoti, religiosi, religiose e laici. Fermo lì. Come se non ci fosse altra distinzione nel popolo di Dio; · il dono - compito di precedenza. Non è una precedenza in virtù di non si sa che cosa, non è il desiderio di essere onorati, ma una precedenza per il fatto di collocarsi al principio e di essere sempre un soggetto primordiale (sono le parole che usa il Papa nella Familiaris Consortio), soggetto primordiale e prioritario, rispetto al quale ogni altra azione organizzativa ed istituzionale e sussidiaria; · il dono - compito di dare forma alla comunità ecclesiale e sociale. La famiglia, infatti, contiene per dono di Dio, allo stato naturale e soprannaturale, le coordinate del vivere comunitario: fratelli, sorelle, padri, madri, intergenerazionalità, unità di sangue, unità di sapere, e ha un servizio specifico per la vita, ogni vita e per tutta la vita; · il dono - compito di “parola”, perché la famiglia è la prima parola di auto presentazione di Dio, che non è stata cancellata da Gesù Cristo, ma è stata arricchita; una parola sia verbale che non verbale, la famiglia è parola – carne, parola - parabola, parola – immagine di Dio trinità, di Dio amore, di Cristo Sposo della Chiesa sposa; · il dono - compito di essere formata sulla sua identità e sui suoi compiti per la Chiesa e la società. Questa è una grave mancanza che abbiamo. Quali sono i compiti specifici degli sposi in virtù del Sacramento del matrimonio? Dobbiamo superare quel luogo comune che ci accomuna a chi si sposa in Comune. Cioè che gli sposi sono testimonianza dell’amore e fanno i figli. Dov’è la novità? Se noi non sappiamo dire questa cosa, mi dite cosa fate fare alle famiglie in parrocchia? Cosa devono fare le famiglie nella chiesa? Prestatori d’opera di iniziative? Ma è un discorso teologico prima che pastorale organizzativo. E’ un discorso formativo, prima che di prassi. Quindi dono – compito di essere formata sui propri compiti. Pensate se a uno che deve diventare prete, che viene formato in seminario, non spiegassero cosa deve fare da prete. E notate che quello che dovete fare non è una cosa straordinaria che si sovrappone al vostro essere sposati, ma è connaturale con esso, perché col matrimonio ciò che diviene “sacramentato” è il dato naturale, si tratta di evidenziarlo. Voi siete gli “evidenziatori” di Dio-Trinità, di Cristo–Chiesa, siete gli “evidenziatori” che la vita viene da Dio, di una comunione che è scaturita dalla Trinità ed è chiamata a costruire comunità e comunione; · il dono – compito liturgico, esprimendo già all’interno della chiesa domestica, del vivere familiare, una ritualità. Poi, per il rapporto che la famiglia in quanto chiesa domestica ha con tutta la liturgia. Il rapporto della famiglia con il Battesimo, la Cresima, l’Eucaristia, il Sacramento della riconciliazione, l’Unzione dei malati: c’è tutta una ricchezza che va sviluppata. La famiglia non è solo usufruttuaria di un battesimo celebrato (ci pensa il prete, ripensa la parrocchia), non va ad usufruire di un servizio sacramentale. No, la famiglia ha un dono che va ad interagire con la ricchezza di grazia celebrata nei sacramenti; · il dono – compito di avere nel sacerdote la guida da amare e stimare, il maestro – pastore al quale fare costante riferimento per la vita di famiglia e per costruire la parrocchia come famiglia di famiglie. Non si può dare una attivazione autentica del servizio, del compito, della ministerialità, della soggettività della famiglia, che prescinda o diminuisca o svilisca il ruolo del prete. Se così fosse, non avremmo capito nulla. La famiglia esalta il ruolo del presbitero, perché da lui deriva l’autorevolezza della Parola, da lui la ricchezza sacramentale, da lui la guida. Le famiglie dovrebbero crescere così tanto da far fare ai preti solo i preti. Dunque non è pensabile che in questa sperimentazione noi andiamo minimamente a toccare quella che è l’identità e la ricchezza del presbitero; · il dono – compito di incontrare nella verginità consacrata la vocazione parallela al Sacramento del matrimonio. La ricchezza, la rivitalizzazione della soggettività del sacramento del matrimonio non va ad annullare o a svilire la verginità consacrata, nella quale è vissuta in modo diverso la sponsalità, per porre in risalto che ogni persona è fatta solo per Dio e da Lui è amata nella sua singolarità e originalità. I vergini sono per dirmi la nuzialità definitiva, perché gli sposi fanno solo esercitazione di nuzialità definitiva; ma, a loro volta, i vergini hanno bisogno di sapere come si vive la nuzialità, perché io ho il “già” della nuzialità definitiva negli sposi. Certo c’è anche il “non ancora”, ma se voglio sapere: come sarà la mia nuzialità con Dio, come vivrò la mia nuzialità con il Signore Gesù, come sarò “uno” nel cuore nuziale della Trinità, allora, non andrò a guardare una comunità di preti, di frati, di suore, perché come sarò uno in Dio me lo può annunciare l’unione di uno sposo e di un sposa. Le due vocazioni allora non si sviliscono a vicenda, ma si arricchiscono reciprocamente; · il dono – compito di non agire mai da sola, ma in comunione con gli altri: la famiglia che agisce da sola è in contraddizione col mistero che contiene. Una rete di famiglie, per la famiglia non è un dato organizzativo, è un dato sacramentale, naturale; se io sono relazione, la modalità di agire è nella relazione: La famiglia che agisce da sola e che non interseca altre famiglie, altre soggettività, è una famiglia che è in contraddizione con se stessa. Per cui, per dirla in modo sintetico, possiamo dire che la famiglia non è solo un contenuto, ma è anche un metodo di pastorale. Prima di cercare metodi pastorali desunti da tutti i vari impianti di tipo psicologico, sociologico che pure sono chiamati a dare un loro contributo ricchissimo, noi dobbiamo approfondire ... (il dato teologico?), perché il primo metodo di fare famiglia viene da Dio stesso. La famiglia non è solo il mistero, il riflesso di Dio trinità, ma è anche un modo, è un metodo. E questo è ciò che si vuol fare anche in questa progettazione pastorale.
Credo che vi rendiate conto, da queste prospettive, cosa vuol dire andare concretamente in una parrocchia e cominciare a fare i primi piccoli passi. In queste parrocchie non si faranno salti mortali, si continuerà a fare l’azione pastorale normale e si cercherà di far nascere questo germoglio che gradualmente possa contagiare e dare nuova forma all’azione pastorale. Nella prossima settimana che faremo dal 1 al 6 luglio con le trenta parrocchie del progetto, continueremo in modo più intenso il lavoro formativo soprattutto per rendere capaci le coppie di dire la grazia ricevuta con il Sacramento e il compito che ne scaturisce. Una formazione per vedere qual è la fondazione teologica del rapporto strutturale e organico che c’è tra Chiesa e famiglia, per veder poi quale rapporto tra parrocchia e famiglia. Accanto alla formazione si comincerà a guardare, non a realizzare, quello che si potrebbe fare. Tanto per darvi un’idea di come ci si muoverà, vi dico che prenderemo in esame come il dono della comunione che vivono gli sposi, che è partecipazione della comunione che il Verbo di Dio vive con la carne umana e con la Chiesa, può essere “esportato” in parrocchia. Poi, prenderemo in esame l’educazione esplicita e sistematica ad amare. L’amore è la sostanza della vita cristiana, è la sintesi di tutto: i nostri figli, allora, vengono educati ad amare? La cultura attuale educa ad amare? No, assolutamente, anzi, il contrario: c’è una sottile e costante educazione al soggettivismo, all’individualismo, all’egoismo, neanche per cattiveria, ma perché è parte della nostra cultura. Allora, se noi voliamo domani fare delle belle famiglie, dei bei fidanzati o delle belle persone consacrate nella vita verginale o sacerdotale, dobbiamo imparare ad educare ad amare, non possiamo più dare per scontato che un bambino impara ad amare automaticamente. Vogliamo tentare di organizzare questa educazione all’amore, per cui daremo due lezioni di partenza, poi ogni parrocchia si prenderà una fascia di età (0 – 3, 3 – 6, 6 – 9, 9 – 12, 12 – 15, 15 – 18) tenendo conto che nell’evolversi dell’educazione all’amore si arriva al punto che, quando uno ha preso coscienza dell’amare, comincia ad approfondire in quale modo può essere persona che sa amare: nella modalità verginale o in quella coniugale? Allora l’educazione all’amore diventa educazione alla modalità con cui io divento un dono, mediante e con una ragazza o un ragazzo oppure mediante la verginità. Prenderemo in esame il discorso del fidanzamento e quello dei genitori come educatori alla fede. Gli Uffici diocesani verranno sempre informati sul percorso e si spera che il progetto vada a buon fine.
|
||